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Il Piccolo di Trieste - Marco Paolini, il coraggio della verità

Una delle pagine più tragiche e oscure dell’Italia dei misteri e degli scandali

TEATRO È approdato a Udine “I-Tigi, Canto per Ustica”, in scena oggi a San Vito e domani a Gorizia


UDINE - L’unico modo serio per cercare la verità, quando questa è stata insabbiata e negata per vent’anni, è raccontare i fatti più volte, da diversi punti di vista, indagandoli e ricostruendoli senza stancarsi mai. Nel dialogo ininterrotto, nel confronto costante tra una versione e un’altra capace di modificarla, quella verità cercata può forse farsi strada per emergere, sebbene mai interamente posseduta. Ed è per questo che il grande affabulatore Marco Paolini continua a raccontare infaticabilmente una delle pagine più tragiche e oscure dell’Italia dei misteri e degli scandali: quella storia di Ustica che, a sua detta, è tanto più rimossa dalla coscienza “sporca” del Paese quanto più “viene chiamata con il nome della geografia”. Così, per togliere la vicenda dall’oblio in cui rischia di precipitare come tante altre “vergogne di Stato”, Paolini ha deciso di recuperare dalle profondità del Tirreno, dove l’aereo in volo da Bologna a Palermo s’inabissò il 27 giugno del 1980, sia i frammenti delle ali e della fusoliera del Dc 9 disintegrato, sia le memorie e le testimonianze che oggi, a distanza di quattro lustri, possono aggiungere qualcosa di più alla ricostruzione del disastro.
La sigla identificativa del velivolo, “I TIGI”, diventa allora il nome collettivo delle ottantun vittime innocenti per le quali non si è ancora avuta giustizia, ma anche il nome di tutto il “popolo” che, ignaro, subisce i soprusi, di tutta l’umanità che resta intrappolata nei giochi di guerra del potere e della burocrazia.
Lo spazio teatrale, ne “I-Tigi, Canto per Ustica”, il lavoro che è stato presentato in prima regionale allo Zanon di Udine nell’ambito della rassegna “Akropolis”, viene utilizzato da Paolini come un’aula di tribunale, dove la storia è di volta in volta ricostruita come un immenso “puzzle” che il pubblico stesso è chiamato a ricomporre. Nessuna risposta può essere servita bell’e pronta sul piatto d’argento, dice l’attore: la fatica di conoscere la verità va fatta insieme, e ciascuno deve prendersi la sua fetta di responsabilità.
Con precisione quasi scientifica e sfruttando la potenza espressiva del fatto “nudo e crudo”, Paolini nutre il monologo-racconto con la smisurata mole di dati e testimonianze raccolte nelle 5000 pagine dell’istruttoria eseguita dal giudice Priore. La “sceneggiatura” è, dunque, il risultato di un gigantesco lavoro di ricognizione delle carte e dei documenti, avviato da Paolini nel 1999 su proposta dell’associazione familiari delle vittime del disastro, e condotto insieme a Daniele Del Giudice e Giovanna Marini.
Ne esce un quadro inquietante dell’Italia anni Ottanta, pericolosamente sospesa tra le pressioni politiche e militari statunitensi e internazionali e i maldestri tentativi di addomesticamento della minaccia che allora veniva da Gheddafi. “Un’Italia – spiega efficacemente Paolini – con la moglie americana e l’amante libica”. Su questo sfondo si snoda il racconto del volo Itavia “traccia 1136”, vent’anni dopo, tra buchi nelle registrazioni dei radar, copie di nastri incredibilmente perdute, esercitazioni militari fasulle, colpevoli silenzi di pubblici ufficiali, intercettazioni telefoniche mascherate e assurde falsificazioni di fatti incontrovertibili. Il pubblico in sala, quasi smarrito davanti alla terribile sequenza di eventi concatenati, tenta un applauso a scena aperta. “L’emozione del teatro serve – commenta Paolini –, ma dobbiamo restare lucidi per ragionare su ciò che oggi ci accade intorno”.
Il monologo, senza le canzoni della Marini che c’erano nella prima edizione presentata a Bologna lo scorso anno, si fa ancor più serrato e tagliente. È denuncia e, insieme, interrogativo irrisolto, pugno nello stomaco e amara constatazione che, dice Marco alla fine, “I Tigi siamo noi, tutte le volte che vogliamo”. Bravo Paolini, e coraggioso. Bene fa a ricordarci che le vittime non diventano complici dei carnefici finché conservano la capacità di indignarsi.
Il racconto di Ustica è in replica oggi al teatro comunale di San Vito al Tagliamento e domani, alle 20.30, a Gorizia all’Auditorium della cultura friulana.

data: [28-11-2001] - firma: [Alberto Rochira]