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Frammenti di testo


La data: 19 luglio 1985.
Tanto per orientarci con la memoria: un po’ dopo la presa del potere di Mikhail Gorbaciov a Mosca e un po’ prima che la Fiat annunci di aver costruito il primo motore senza più operai ma soltanto coi robot. In Sudafrica c’è ancora l’apartheid. Mandela è in galera. A Tripoli, il colonnello Gheddafi sta per essere bombardato da Reagan. In Afghanistan ci sono i russi, da cinque anni. In Vaticano Wojtyla, da sei. E in Italia? In Italia c’è il primo governo a guida socialista: un pentapartito DC-PSI-PSDI-PRI-PLI.
Si chiamava così. A ripensarci, quasi roba da modernariato.
Le ‘giornate no’, cominciano sempre con un segnale, un campanello d’allarme, qualcosa. Il problema è saperlo riconoscere.
Venerdì 19 luglio 1985, il segnale della sfiga arriva alle 9 e 11 minuti di mattina. Quando l' Istituto nazionale di geofisica comunica che le stazioni della rete sismica hanno registrato una scossa del quinto grado della scala Mercalli in provincia di Ascoli Piceno. La terra trema, però nessuno ci fa caso.
Più o meno alla stessa ora il direttore finanziario dell’Eni, Mario Gabbrielli, dà ordine ai suoi di acquistare sul mercato 125 milioni di dollari. Servono a saldare un finanziamento in scadenza il mercoledì successivo.
125 milioni di dollari. Allora, 230 miliardi di vecchie lirette. Oggi, 115 milioni di euro. Un’operazione normale per l’Eni, colosso da 45.000 miliardi di fatturato, che ci procura gas e petrolio con cui ogni mattina accendiamo il fornello sotto la moka o mettiamo in moto l’automobile per andare a lavorare.